La personalità, seguendo la definizione data dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (1992),  è una modalità strutturata di pensiero, sentimento e comportamento che caratterizza il tipo di adattamento e lo stile di vita di un soggetto e che risulta da fattori costituzionali, dello sviluppo e dell’esperienza sociale. Pur conservando degli elementi di continuità, la personalità non è fissa e immutabile ma evolve attraverso situazioni che formano la storia dell’individuo.

Il carattere si riferisce a quella combinazione di componenti psichiche individuali che riflette gli elementi di base dell’organizzazione e dello stile della personalità di un soggetto. Si tratta di un concetto vicino a quello di personalità, anche se la nozione di carattere tende ad accentuare gli aspetti di valore e conformità rispetto agli standard sociali attesi (Lingiardi, 2004).

Il temperamento, diversamento dal carattere indica i correlati biologici del funzionamento psichico, in particolare gli aspetti più stabili, ereditati e presenti dalla nascita (Caprara, Gennaro, 1999).

 Temperamento

Nella definizione di Temperamento dobbiamo distinguere tra

  • Livelli di descrizione
  • Domini o aree temperamentali

Livelli di descrizione

I livelli di descrizione si riferiscono agli aspetti dell’individuo che vengono indagati. Quando parliamo di temperamento possiamo distinguere tre livelli di descrizione diversi in cui uno non esclude l’altro, ma è molto difficile formulare una teoria temperamentale integrata; meglio quindi trattare ogni area separatamente.

Il primo livello è dato dai comportamenti osservabili che si presentano in modo regolare e consistente e che differenziano gli individui tra loro.

Parametri utili per studiare il comportamento osservabile sono la frequenza, la soglia  e l’intensità delle reazioni mostrate.

Gli effetti ambientali vengono invece valutati attraverso variabili quali l’esperienza, l’apprendimento e il contesto di vita (ecocultra).

Il secondo livello è dato dalle differenze neurologiche, e in particolare dalle asimmetrie funzionali del cervello (specializzazione emisferica), dai livelli di neuro trasmettitori e dai livelli ormonali che sono collegati all’attività emotiva, allo stress, etc.

Il terzo livello è dato dai fattori costituzionali, che possono essere divisi in  fattori genetici veri e propri, e in fattori prenatali e perinatali, come per esempio l’assunzione di droghe o farmaci in gravidanza, peso alla nascita molto basso, etc.

Lo studio dei fattori genetici viene di solito compiuto attraverso l’analisi delle somiglianze e delle differenze tra individui che condividono in toto il patrimonio genetico (gemelli omozigoti) o solo in parte (gemelli dizigoti, fratelli). Studi su fratelli, gemelli e no, separati alla nascita e allevati in ambienti diversi permettono di comprendere quanto le somiglianze e le differenze siano da imputare all’eredità genetica o alle influenze ambientali (Loehlin, 1992).

Lo studio dei fattori pre e perinatali ha messo in luce che le esperienze che agiscono sullo sviluppo del cervello del feto possono avere un profondo effetto su aspetti del temperamento come la reattività agli stimoli, l’irritabilità, etc. anche in totale assenza di danni cognitivi veri e propri (Axia G., 2002).

 Aree del temperamento

Un elemento che può facilitare lo studio del temperamento è considerarlo come una serie di costrutti ipotetici che vengono mano a mano approfonditi, ridotti e allargati dalla ricerca. Siamo ancora distanti da una teoria integrata del temperamento universalmente accettata ma ritroviamo un certo accordo nella seguente definizione:

“Il Temperamento è dato dalle differenze individuali nelle tendenze comportamentali che affondano le loro radici nella biologia, che sono presenti all’inizio della vita e che sono relativamente stabili sia in situazioni che in tempi diversi.” (Bates, 1989).

Per unanime consenso le tre grandi aree della personalità  in cui si manifestano queste caratteristiche sono: le emozioni, l’attenzione e l’attività motoria. Secondo le più recenti ricerche (Axia G., Condini A., 1998) abbiamo motivo di pensare che davvero le differenze individuali in queste aree abbiano una radice biologica, compaiano presto nello sviluppo e siano relativamente stabili in situazioni e momenti diversi. Tuttavia, una teoria che unisca tali aree in modo unitario ancora non c’è. Purtroppo le aree del temperamento, per quanto solidamente garantite dalla ricerca empirica una per una, costituiscono ancora entità separate e i rapporti tra di loro non sono del tutto definiti. Esamineremo quindi le diverse aree temperamentali.

Emozioni

Quattro sono gli aspetti temperamentali nel campo delle emozioni:

  1. Predominanza di emozioni positive o negative in individui diversi. Per quanto ingiusto possa sembrare, pare che questa differenza basilare tra gli esseri umani sia di origine temperamentale, anche se, ovviamente, i fatti della vita possono cambiare (anche drasticamente) l’orientamento originario. La ricerca sulla resilienza, e cioè la capacità di sopravvivere intatti a eventi molto gravi occorsi nella vita, mostra tuttavia un collegamento molto forte con aspetti temperamentali; purtroppo lo stesso vale per il suo opposto, ossia la vulnerabilità.
  2. Risposta emotiva alla novità: essa ha un valore altissimo di sopravvivenza. Non stupisce che l’evoluzione della nostra specie, che è una specie sociale, abbia prodotto individui altamente reattivi e individui blandamente reattivi poiché entrambi gli atteggiamenti sono molto utili per la sopravvivenza del gruppo. Gli individui altamente reattivi di solito provano emozioni intense di fronte alle novità, solitamente paura, e la loro reazione più probabile è di evitamento, o comunque di estrema prudenza. Gli individui più blandamente reattivi non solo provano emozioni soggettivamente meno intense di fronte agli stimoli nuovi, ma anche il loro organismo si altera meno (ritmo cardiaco e respiratorio, ormoni della stress, etc.). E’ probabile che questi individui meno disturbati psichicamente e fisicamente dal nuovo, inneschino processi di avvicinamento e scoperta in cui la curiosità prende il posto della paura. Tematiche vicine all’inibizione alla novità, data dall’intensità della reazione al nuovo, sono quelle dell’impulsività e dello scarso autocontrollo (effortfull control). La reattività non è solo questione di intensità emotiva, ma è anche questione di velocità della risposta. Tale velocità deve essere regolata. Parliamo qui di un problema che è trasversale a tutte le differenze individuali: la regolazione della risposta fa parte del temperamento. La maggior parte degli individui sviluppa numerose, efficaci e intelligenti strategie per regolare la propria reattività emotiva. Spesso l’apprendimento di strategie regolative avviene nei primissimi anni di vita ed è a sua volta influenzato dall’ecologia e dalla cultura di appartenenza. L’inibizione di fronte alla novità serve, per esempio, a regolare la paura ed è già ben stabilizzata intorno ai 14 mesi di vita, negli individui fortemente reattivi. L’inibizione è forse un metodo estremo e primitivo per regolare una reattività precoce e molto forte. Esistono altri modi, principalmente fondati sulle capacità regolative dell’attenzione e dei processi cognitivi associati. Vi sono alcuni individui che non hanno sviluppato modi adattativi e culturalmente accettabili di regolare la reattività e si limitano a dar corso alla reazione nella sua crudezza e immediatezza: gli impulsivi.
  3. Risposte emotive di fronte a persone sconosciute: un aspetto particolare della più generale inibizione di fronte alla novità, ma è un aspetto particolarmente rilevante per le sue connotazioni socio-affettive. E’ stato dimostrato che l’inibizione verso oggetti o compiti nuovi non si accompagna necessariamente a inibizione di fronte a persone nuove (Axia, Bonichini & Benini, 1999), e viceversa. La paura delle persone nuove viene comunemente chiamata “timidezza” ed è un aspetto temperamentale. Per motivi ancora oscuri ai più, la timidezza viene costantemente, ma implacabilmente, associata a forme psicopatologiche come l’ansia sociale, l’isolamento, l’agorafobia e perfino gli attacchi di panico. Associare la timidezza alla psicopatologia è semplicemente caratteristico di un modello culturale di alcune civiltà occidentali, come l’Italia o, per motivi diversi gli Stati Uniti, che tendono a punire le persone riservate, poco socievoli e caute nel concedere una confidenza superficiale al prossimo. La socievolezza, così come la timidezza, è quindi un tratto temperamentale ed è poco realistico volere tutti socievoli (come fanno gli italiani e gli americani) o tutti riservati (come fanno gi anglosassoni o gli scandinavi).
  4. Risposte emotive agli stati fisiologici interni: come verso dolore, stress fisico o mentale, fame o sonno; tali risposte fanno parte del temperamento. La reazione a questi stati è modulata sia dall’originaria reattività dell’organismo (per esempio è noto che vi siano differenze individuali al dolore già alla nascita), sia dai processi autoregolativi che vengono sviluppati nella prima infanzia per far fronte agli stimoli interni sgradevoli o dolorosi. Anche in questo caso i processi autoregolativi sono fortemente influenzati dal tipo di ecologia familiare e dal tipo di cultura in cui l’individuo vive, fin dall’inizio della vita.

Attenzione

L’esistenza di differenze individuali precoci nel funzionamento dell’attenzione è un fatto noto ed universalmente accettato nel campo della psicologia dello sviluppo. La ricerca sperimentale degli anni ’80 e ’90 ha messo in luce al di là di ogni ragionevole dubbio che fin dai primi mesi di vita gli esseri umani possono essere classificati in long-lookers e in short-lookers (Axia G., 2000).

I primi hanno bisogno di tempi più lunghi per codificare uno stimolo visivo come nuovo o come conosciuto, e perciò prestano attenzione più a lungo. I secondi sono più rapidi e possono permettersi di guardare gli stimoli per un tempo inferiore. Questa differenza nelle capacità di base dell’elaborazione dell’informazione sembra predire anche il maggiore o minore sviluppo di successive abilità. E’ importante ricordare che entrambi questi gruppi di soggetti fanno parte della normale variabilità nel campo delle funzioni cognitive.

La ricerca sugli aspetti attentivi del temperamento non è amplissima, ma vi è consenso sul fatto che le differenze individuali nell’uso dell’attenzione si riferiscono a due aspetti di base: orientamento dell’attenzione e persistenza dell’attenzione (attention getting and attention holding).

Orientamento e regolazione dell’attenzione vengono spesso presi in considerazione nei processi di autoregolazione della risposta emotiva.

Per esempio, esistono differenze individuali molto grandi nella velocità con cui le persone, e soprattutto i bambini, accettano di essere consolati. Vi sono bambini che continuano a piangere disperati nonostante tutti i tentativi di distrarli e bambini che smettono quasi subito di piangere appena viene loro mostrato qualche cosa di interessante. Si è visto, per esempio, che i long-looker piangono più a lungo dopo una vaccinazione degli short-lookers (Axia, Bonichini & Benini, 1999). Il processo di orientamento dell’attenzione implica anche la capacità di spostare l’attenzione da uno stimolo ad un altro stimolo, capacità che si evolve nel corso del primo anno di vita. E’ probabile che i bambini (e gli adulti) che sono in grado di spostare rapidamente l’attenzione dagli stati emotivi interni al mondo esterno risultino più facilmente consolabili e regolino più facilmente e velocemente le loro esperienze emotive negative.

Attività motoria

 Gli individui variano grandemente nell’abilità e nella necessità di svolgere attività motoria. I parametri solitamente impiegati per valutare le differenze individuali in quest’area sono la vigorosità del movimento, la frequenza dell’attività motoria e la capacità di modulare l’attività stessa. Vi sono individui dotati di maggiore forza e resistenza fisica che si muovono in modo compatto e vigoroso e individui più delicati. Vi sono individui con una grande necessità di fare movimento e altri che non sentono quasi bisogno (Axia, 2002). In sintesi, emozioni, attenzioni e attività motoria sono le grandi aree del temperamento. È importante ricordare che queste aree del comportamento umano osservabile possono essere solo parzialmente derivate dal substrato biologico sottostante poiché esse sono costantemente influenzate dall’ambiente di vita.

Le teorie sul temperamento

Una delle prime apparizioni del concetto di temperamento nella letteratura psicologica può essere ritrovata nel lavoro di Allport (1937), che così lo definisce:

“Il temperamento si riferisce ai fenomeni caratteristici della natura emotiva dell’individuo, incluse la sua suscettibilità alla stimolazione emotiva, la sua usuale forza e velocità di risposta, la qualità prevalente del suo umore, e tutte le peculiarità della fluttuazione e dell’intensità dell’umore; questi fenomeni sono concepiti come dipendenti dalla composizione costituzionale, e perciò largamente ereditari nella loro origine.” (Allport, 1937)

Questa definizione mette in luce tre aspetti importanti, poi variamente reinterpretati dalla ricerca successiva. Il primo aspetto è che il temperamento ha una base costituzionale. Il secondo aspetto è che il temperamento include e definisce prevalentemente gli aspetti emotivi della personalità. Il terzo aspetto, che nella definizione di Allport compare come per inciso, è che si tratta di particolari modalità comportamentali osservabili nelle risposte individuali alle stimolazioni ambientali (suscettibilità, forza, velocità della risposta).

Partendo dalla centrale teoria Galenica dei quattro umori, invece,  la teoria di Pavlov (come descritta da Strelau, 1998) propose quattro tipologie temperamentali tenendo come punto di vista primario quello psicobiologico:

1- di struttura debole, viene sopraffatto da eventi tropo intensi

2- altamente eccitabile, debolmente inibito (sbilanciato)

3- di struttura forte, poco flessibile, si adatta poco ai cambiamenti

4- di struttura forte , ma condizionabile se lo stimolo è adeguato

Nella successiva storia della psicologia, lo studio del temperamento è stato a lungo messo da parte a causa dell’approccio culturale predominante soprattutto negli Stati Uniti, che dava importanza soprattutto all’influenza dell’ambiente sul funzionamento psichico umano.

Prima di discutere le altre diverse interpretazioni del costrutto del temperamento, possiamo fin dall’inizio  trovare una definizione che cattura gli elementi centrali e imprescindibili di ogni teoria del temperamento. Tale definizione si articola in sei elementi costitutivi e corrisponde in parte a quella che Bates (1989) pensa sia il comune denominatore di tutte le teorie sul temperamento.

Il temperamento quindi consiste:

1- nelle differenze individuali a base biologica

2- rilevabili nel comportamento

3- che compaiono molto precocemente

4- e che sono relativamente stabili e nel corso del tempo

5- e in situazioni diverse.

6- l’ambiente e l’esperienza influenzano il modo in cui si esprimono le basi biologiche del temperamento;

Il temperamento è ciò che differenzia il comportamento degli esseri umani perché corrisponde a una diversità biologica sottostante. Si tratta di un campo ampio, è ricco di discussione e irto di difficoltà concettuali e metodologiche, ma comunque circoscritto.

L’esempio più famoso è forse la teoria dei tratti, “Big Five”, di Eysenck (1970) che lega i grandi tipi di personalità (introverso/estroverso, nevrotico e psicotico) ad un preciso substrato biologico. Rifacendosi al lavoro di Burt (1937) svolto negli anni ‘30 e ‘40 in Inghilterra sull’ introversione / estroversione e sull’ emozionalità, Eysenck collegò i tratti di introversione alla debolezza dei processi inibitori a livello corticale. Secondo Eysenck, una scarsa inibizione provoca stati di arousal troppo alti, collegati a una soglia troppo bassa, che portano all’evitamento degli stimoli. Al contrario, l’estroversione è collegata alla presenza di forti processi inibitori che possono portare, agli estremi, ad un atteggiamento costante di sensation seeking. Una forte emozionalità (nevroticismo) viene invece collegata ad una dominanza del sistema simpatico sul sistema parasimpatico. Tale teoria è stata operazionalizzata in numerosi questionari di autovalutazione della personalità, tuttora utilizzati.

La cosa che occorre sottolineare è che Eysenck ha guardato al temperamento come al “settore affettivo” (1947) o “al sistema di comportamento affettivo più o meno stabile e duraturo” (1970) e spesso ha usato i termini personalità e temperamento indifferentemente.

La teoria di Eysenck introduce lo spinoso problema dei rapporti tra temperamento e personalità ed è una testimonianza quanto sia difficile giungere a una definizione universalmente accettata di quali siano i rapporti e i confini tra i due costrutti.

 La teoria biosociale di Cloninger

Robert C. Cloninger, psichiatra americano, sostiene che gli odierni approcci per la descrizione e per diagnosi dei disturbi di personalità, come la teoria dei “tratti” di personalità e le scale di Eysenck (1969) presentano delle importanti limitazioni sia pratiche che concettuali (Cloninger, 1987; 1999; 2000) dimostrate dalle attuali conoscenze provenienti sia dalla genetica che dalla psicobiologia (per es. Kandel, 1998; 1999). Integrando le informazioni provenienti dagli studi familiari, dagli studi longitudinali sullo sviluppo, dagli studi psicometrici sulle strutture di personalità e dagli studi neuroanatomici e neurofarmacologici sull’apprendimento e sul condizionamento del comportamento nell’uomo e negli animali, Cloninger (1994) ha proposto la “teoria biosociale di personalità” ed ha approfondito il ruolo giocato dall’ansia nello sviluppo psicofisico dell’individuo.

Questo modello considera la personalità come una combinazione di tratti ereditari neurobiologici (Dimensione temperamentale) e di tratti che riflettono l’influenza socioculturale (Dimensione caratteriale).

Lo stile sociale e cognitivo di ciascuna persona è infatti determinato dal grado in cui ciascuna dimensione è presente.

In particolare, il  termine temperamento si riferisce alle differenze tra gli individui nelle loro risposte automatiche agli stimoli emozionali, che segue le regole del condizionamento associativo o dell’apprendimento procedurale di abitudini e abilità

I tratti temperamentali includono pattern di risposta emozionale basali, quali la paura, la rabbia e l’attaccamento.

Il temperamento è dunque variabilmente definibile come quelle componenti della personalità:

  • Ereditabili
  • Interamente manifeste nell’infanzia,
  • Stabili per tutta la durata della vita.

All’opposto, il carattere, si riferisce alle differenze tra gli individui, nei loro obiettivi volontari e valori, che sono basati sull’apprendimento per insight di intuizioni e concetti, attraverso la capacità di comprendere le relazioni tra gli eventi mediante la riorganizzazione concettuale delle percezioni e dell’esperienza sul proprio conto, sulle altre persone e sugli altri oggetti.

I tratti caratterologici descrivono le differenze individuali nelle relazioni sé-oggetto, che incominciano con l’attaccamento ai genitori nell’infanzia, quindi con la differenziazione sé-oggetto nei bambini ai primi passi, e continuano con una maturazione a gradini attraverso l’intero arco di vita.

Dove il temperamento si riferisce al modo in cui siamo nati (la nostra predisposizione emozionale), il carattere è ciò che noi facciamo di noi stessi intenzionalmente (Cloninger, 1996).

Cloninger (1994) fornisce un metodo sistematico di descrizione e classificazione della personalità nelle sue forme sia patologiche che non patologiche. Inizialmente si trattava di un modello tridimensionale fondato su tre aspetti:

A) La “Ricerca di novità” (Novelty Seeking), assai simile alla Sensation Seeking di Zuckerman (1979), prende in considerazione il metodo di interazione tra individuo e ambiente; in particolare tale dimensione implica una continua ricerca di stimolazione che conduce ad un intenso stato di “eccitamento” e ad una tendenza ad evitare monotonia e punizioni. Descrive individui impulsivi, incostanti, eccitabili, stravaganti, disordinati e con un particolare temperamento frettoloso. Tali soggetti sono attratti principalmente da attività a loro nuove, che conducono ad emozione forti, estreme; non sono attenti ai dettagli, sono facilmente distraibili e si annoiano facilmente. Questa dimensione sarebbe legata all’attività dopaminergica.

B)L’ “Evitamento del pericolo” (Harm Avoidance), è una modalità di comportamento  caratterizzata da una peculiare tendenza ad evitare ogni situazione che sia seguita da una punizione o da una frustrazione derivata da una mancata ricompensa e da un’incapacità di esporsi a stimoli nuovi considerati come potenzialmente pericolosi. Tali soggetti sono attenti, apprensivi, affaticabili, impressionabili, riflessivi, ordinati, calmi, parsimoniosi, ostinati e non intraprendono nuove attività e nuovi interessi. Questa dimensione sarebbe legata all’attività serotoninergica.

C) La “Dipendenza dalla ricompensa” (Reward Dependence) è la tendenza a emettere dei comportamenti per rispondere prontamente e adeguatamente alle richieste sociali (approvazione sociale). Descrive soggetti simpatici, sentimentali, industriosi, particolarmente predisposti ad aiutare gli altri (comportamenti prosociali), sensibili alle pressioni sociali e particolarmente emotivi. Questa dimensione sarebbe legata all’attività noradrenergica.

La combinazione delle tre dimensioni di base, verificabile clinicamente attraverso la somministrazione del Tridimensional Personality Questionnaire (T.P.Q.) (Cloninger, 1987), dà origine ad otto tipi di personalità diverse:

  1. Personalità antisociale (alta ricerca della novità, basso evitamento del pericolo, bassa dipendenza dalla ricompensa), caratterizza soggetti che si oppongono fortemente alle norme sociali e che hanno comportamenti aggressivo-impulsivi e melodrammatici;
  2. Personalità istrionica (alta ricerca della novità, basso evitamento del pericolo, alta dipendenza dalla ricompensa), definisce soggetti che assumono comportamenti appariscenti, eccentrici che hanno lo scopo di attirare l’attenzione;
  3. Personalità passivo-aggressiva (alta ricerca della novità, alto evitamento del pericolo, alta dipendenza dalla ricompensa), caratterizzano soggetti che generalmente attaccano solo quegli individui che considerano inferiori a loro;
  4. Personalità schizoide-esplosiva (alta ricerca della novità, alto evitamento del pericolo, bassa dipendenza dalla ricompensa), è definita da atteggiamenti d’alienazione, d’opportunismo e di ipotimia.
  5. Personalità ciclotimica (bassa ricerca della novità, basso evitamento del pericolo, alta dipendenza dalla ricompensa), definisce pazienti che presentano frequentemente periodi di depressione e di ipomania. Durante la depressione si sentono inadeguati, dormono troppo, hanno difficoltà a concentrarsi e le loro prestazioni diminuiscono mentre durante la fase ipomaniacale hanno un’autostima ipertrofica (prima si isolano dagli altri e poi ne cercano la compagnia in modo disinibito), dormono poco, il loro pensiero diventa creativo e la loro produttività aumenta.
  6. Personalità passivo-dipendente (bassa ricerca della novità, alto evitamento del pericolo, alta dipendenza dalla ricompensa), diagnosticata in soggetti particolarmente remissivi che tendono ad assecondare la volontà altrui;
  7. Personalità ossessivo-compulsiva (bassa ricerca della novità, alto evitamento del pericolo, bassa dipendenza dalla ricompensa), caratterizza soggetti rigidi, ostinati, incapaci di esprimere i propri sentimenti e perfezionisti (tendono a prendere in considerazione ogni più piccolo dettaglio);
  8. Personalità schizoide-imperturbabile (bassa ricerca della novità, basso evitamento del pericolo, bassa dipendenza dalla ricompensa), definisce soggetti con scarsa fiducia in se stessi, con comportamenti e atteggiamenti fondamentalmente rigidi, che mostrano un’estrema difficoltà ad esprimere i propri sentimenti e sono indifferenti agli elogi e alle approvazioni degli altri.

In seguito Cloninger ha aggiunto alle tre dimensioni fondamentali altre quattro scale poichè ritiene che il temperamento e il carattere si organizzino secondo una struttura a 7 dimensioni: in cui la struttura del temperamento è composta da 4 dimensioni mentre il carattere da 3.

Queste dimensioni, nello specifico, sono:

per il temperamento:

  1. D) Persistenza (Persistence), ostinazione e determinazione a perseguire il raggiungimento degli obiettivi proposti (fino ad arrivare alla perfezione);

per il carattere:

  1. E) Auto-direzionalità (Self-directedness), senso di responsabilità che può anche condurre il soggetto ad assumersi delle colpe di responsabilità altrui;
  2. F) Cooperatività (Cooperativness), cooperazione, dimensione che può portare ad una eccessiva dipendenza dagli altri;
  3. G) Auto-trascendenza (Self-trascendence), bisogno di trascendenza che può evolvere sia nel misticismo sia in deliri e/o allucinazioni patologiche.

 Akiskal e il temperamento affettivo

Sulla scia del pensiero di Kraepelin (1913), Akiskal (1989, 1994) concettualizza i temperamenti affettivi (ipertimico, ciclotimico, depressivo/distimico, irritabile e ansioso) come la manifestazione fenotipica attenuata dei disturbi affettivi che può mantenersi, per gran parte della vita, a livello subclinico e dispiegarsi nella pienezza fenomenica spontaneamente o allorchè ricorrano fattori attivanti (di natura psicosociale o biologica). L’identificazione dei temperamenti affettivi ha importanti implicazioni non solo per la classificazione dei disturbi dell’umore ma anche per la loro prevenzione, trattamento e prognosi (Maremmani et al., 2005).

L’instabile assetto temperamentale contribuisce a creare gli eventi di vita e gli stressor biologici che possono precipitare episodi clinici conclamati (turbolenta vita sentimentale nei ciclotimici, uso di sostanze stimolanti e perdita di sonno negli ipertimici, eventi di perdita nei depressivi). Le peculiarità temperamentali, condizionano, infatti, il modo di percepire e di interagire con l’ambiente e, così da creare o selezionare le esperienze (Rutter, 1987) “che  a seconda del peculiare significato e valore, sono scelte, dimensionate, afferrate, incluse” (Schneider, 1967).

Il temperamento entra, quindi, nella catena patogenetica del disturbo dell’umore scrivendo la biografia e segnando il destino psicopatologico di questi soggetti. Molti di essi, non di meno, non vanno incontro alla patologia conclamata come indica il rilievo dell’elevata incidenza di soggetti con temperamenti affettivi indenni da episodi affettivi maggiori. La predisposizione al disturbo bipolare, secondo l’ipotesi poligenica, si configura in una molteplicità continuata di fenotipi affettivi che sfumano nella normalità; il rischio di sviluppare un disturbo clinicamente manifesto è considerato direttamente proporzionale al livello della disfunzione temperamentale, ma per una sorta di paradossale complementarietà in alcuni pazienti (per esempio i bipolari I) il “terreno temperamentale”, pur costituendo una condizione di vulnerabilità che periodicamente può destabilizzarsi in pieni episodi affettivi, non assume configurazioni patologiche e si associa talora a un funzionamento interepisodico relativamente normale. In altri pazienti (bipolare II e III); invece, il temperamento si manifesta con un’instabilità intermittente o pressochè continua, che sembra proteggere dai pieni episodi affettivi che si manifestano solo se ricorrono fattori scatenanti di natura psicologica o somatica.

Un supporto empirico alla concezione di Akiskal (1989, 1994) è venuto da dati quali: storia familiare (elevata percentuale di temperamenti affettivi nei familiari di pazienti bipolari e di disturbi bipolari nei soggetti con temperamenti affettivi), studi sui gemelli monozigoti (alta incidenza di temperamenti affettivi in gemelli “discordanti” per disturbo bipolare), studi prospettici (alta incidenza di episodi affettivi in soggetti con manifestazioni temperamentali in età giovanile o adolescenziale), studi retrospettivi (riscontro di un temperamento affettivo nella storia premorbosa di soggetti con disturbi dell’umore) (Akiskal, 1995).

Tipologia dei temperamenti affettivi

Akiskal (1989, 1994) ha descritto i seguenti temperamenti affettivi :

  • Temperamento depressivo: persistenti sentimenti di tristezza e anedonia, basso livello di energia e un eccessivo bisogno di riposo e di sonno. L’insicurezza e la autosvalutazione che li pervadono condizionano atteggiamenti di evitamento e di rinuncia responsabili di vissuti di insifficienza, inadeguatezza e colpa che accentuano l’introversione e la passività relazionale sociale. Questi soggetti, più spesso di sesso femminile, hanno una naturale propensione alla depressione che si manifesta più precocemente e più frequentemente nei soggetti con temperamento ipertimico o privi di peciliarità temperamentali. Questo temperamento costitusce una condizione di vulnerabilità all’insorgenza della depressione maggiore, di episodi ipomaniacali, maniacali o misti, spontanei o a seguito di deprivazione di sonno o di un trattamento antidepressivo instaurato per un episodio depressivo. Questi soggetti sono spesso diagnosticati come affetti da disturbo di personalità evitante, dipendente, ossessivo-compulsivo.
  • Temperamento ipertimico: soggetti caratterizzati da uno stato d’animo gioiso, da un elevato livello di energia e produttività, da un’alta resistenza alla fatica fisica e mentale e con ridotto bisogno di sonno. Hanno facilità ad instaurare relazioni interpersonali e a intraprendere iniziative, grazie alla loro alta autostima e assertività. Per la loro instabilità affettiva e eccessiva estroversioni possono incorrerre in abuso di sostanze.
  • Temperamento ciclotimico: soggetti con questa modalità comportamentale sono caratterizzati da continue, improvvise e brevi oscillazioni del tono dell’umore e del livello di energia, spontanee o correlata a eventi scatenanti, che li portano a passare a continuamente da uno stato di ottimismo, ad uno di pessimismo; dall’iperattività all’abulia e letergia….. ossia vi è un’alternanza di stati depressivi e ipertimici. Lo stile di vita di questi soggetti è tumultuoso, con frequenti cambiamenti di lavoro, interessi, residenza e precario adattamento familiare, lavorativo e sociale. Questo temperamento prevale nel sesso femminile ed è considerato il precursore del disturbo bipolare II (Akiskal, 2003). I soggetti con temperamento ciclotimico   possono incorrerre nell’abuso di alcol e sostanze stupefacenti e sono spesso diagnosticati come affetti da disturbi di personalità borderline, antisociale e passivo-aggressivo.
  • Temperamento irritabile: è una variante del temperamento ipertimico e soprattutto del temperamento ciclotimico (si avvicina a questo per la l’estrema labilità affettiva mentre si differenzia per la coesistenza invece che alternanza di aspetti depressivi e ipertimici). Questi  soggetti presentano una  condizione duratura di irritabilità e disforia, stati misti attenuato e persistenti di tratti depressivi e ipertimici.
  • Temperamento timido-inibito (ansioso) : sono soggetti molto timidi e con sensitività interpersonale, mostrano frequenti manifestazioni somatiche di ansia, in occasione di eventi di separazione o di perdita. Questo temperamento è considerato il precursore per episodi di depressione maggiore, di depressione ansiosa e di vari disturbi ansiosi quali fobia sociale e attacchi di panico.

Da questa breve descrizione della concezione di temperamento affettivo così definita da Akiskal e dei diversi sottotipi di temperamento affettivo emergono due importanti implicazioni:

  1. la presenza di certe caratteristiche temperamentali in pazienti affetti da disturbi dell’umore può aiutare a prevedere l’evoluzione del disturbo. Ad esempio, la presenza di un temperamento ciclotimico o ipertimico in pazienti depressivi, può costituire un segnale per un futuro sviluppo in senso bipolare del disturbo.
  2. Inoltre l’importanza dei temperamenti affettivi può andare ben oltre i disturbi delll’umore, come sembrano dimostrare alcuni studi di Hantouche et al. (2003) condotti su popolazioni affette da disturbo ossessivo-compulsivo, nelle quali la presenza di un temperamento ciclotimico distingueva un sottogruppo con sitnomatologia più severa, decorso tendenzialmente episodico, livelli pià alti di episodi maniacali….

 Componenti fisiologiche del temperamento

La ricerca che investiga le relazioni tra aspetti fisiologici dell’organismo e variazioni temperamentali dell’individuo adulto mostra alcuni risultati che sembrano suffragare una certa relazione tra condizioni fisiche stabili e aspetti temperamentali. Per esempio, è stato visto che le persone che hanno il sangue di tipo A mostrano più tristezza, ansia e rabbia delle persone che hanno il sangue di tipo 0, e che i pazienti con ulcera duodenale con il sangue di tipo A mostrano più depressione, ansia e rabbia di persone sane con il sangue di tipo A (Newmann et al, 1992). Questi risultati, tuttavia, sono stati ottenuti con un gruppo piuttosto esiguo di soggetti e, per quanto interessanti, dovrebbero essere replicati. Uno studio longitudinale su 1.137 studenti universitari di medicina ha messo in luce relazioni importanti tra temperamento e mortalità. I soggetti sono stati seguiti per un periodo di tempo compreso tra i 25 e i 41 anni. I risultati mostrano che i soggetti che reagiscono allo stress accumulando tensione emotiva senza sfogo hanno un rischio di mortalità più alto di coloro che risultano più stabili durante lo stress o che manifestano all’esterno la tensione emotiva. Questa associazione rimane anche eliminando importanti fattori di rischio quali l’età, il fumo ed il livello di colesterolo. Il rischio di mortalità per il primo tipo di persone è più forte sotto i 55 anni. Gli autori concludono sostenendo che il temperamento è un fattore di rischio per la mortalità, soprattutto per la morte prematura (Graves  et al., 1994).  La relazione tra temperamento e aspetti fisiologici da un lato, e salute fisica e longevità, dall’altro, è sostenuta anche da altri (Friedman et al., 1994). Si è visto, che in condizioni moto lievi di stress, pazienti che avevano sofferto di attacchi di panico in passato, ma erano ormai guariti, mostravano una pressione sanguigna più alta prima del compito e livelli di cortisolo più alti durante lo svolgimento del compito del gruppo di controllo (Leyton, et al., 1996). Un altro risultato interessante di questo studio è il fatto che i pazienti guariti da attacchi di panico mostrano un livello di inibizione alla novità più basso dei pazienti di controllo. Questi risultati suggeriscono che le persone che hanno sofferto di attacchi di panico mostrano un livello di inibizione alla novità più basso dei pazienti di controllo ed inoltre che possono avere reazioni fisiologiche alterate in presenza di stress anche modesti e che la loro tendenza temperamentale sarebbe di non allontanarsi o ritirarsi dalle novità che possono costituire fonti di lieve stress. Queste disposizioni comportamentali possono contribuire all’insorgenza del disturbo, in concomitanza con altri fattori. In sintesi, questi dati suggeriscono una relazione tra le differenze costanti nella fisiologia degli individui e temperamento. La cui combinazione sembra addirittura essere predittiva per buona salute o rischio malattia (fisica o psichica) e mortalità prematura.

 Genetica del comportamento e Temperamento

La genetica del comportamento si focalizza sul ruolo dell’ereditarietà individuale  e sull’ambiente e indica quanto entrambe pesino nel determinare  le differenze individuali negli esseri umani aiutandoci così  a comprendere meglio le relazioni tra temperamento e substrato biologico.

Per fare ciò, la genetica del comportamento ha sviluppato due metodi di indagine, quello sui gemelli mono e dizigoti, che valutano il peso della componente gentica, mentre il secondo, basato sulle adozioni e i damily designs, che illustrano  il peso della componente ambientale. Dagli studi sui gemelli, si evince la presenza di una forte componente eridetaria o genetica degli aspetti temperamentali in età adulta (Loehlin, 1992); mentre dagli studi sulle adozioni, si evidenzia un certo effetto dell’eridaterietà in aspetti del temperamento, che però non sono universalmente riconosciuti (Loehlin et al, 1987).

Oltre a valutare il peso della componente ambientale e genetica nel temperamento, gli studi sulla genetica aiutano a stabilire quali siano dimensioni temperamentali sa più forte componente genetica ed ereditaria.  Allo stato attuale, risultano  quattro  dimensioni  sotto forte controllo genetico: emozionalità, inibizione di fronte alle novità, livello di attività motoria e socievolezza (Loehlin et al., 1987).

La forte base genetica del temperamento viene ripresa anche da due gruppi di autori:

Gloldsmith e Campos (1986), che  in particolare hanno definito il temperamento come differenze individuali nell’espressione delle emozioni primnarie (rabbia, tristezza, paura, gioia, distress, disgusto, disprrezzo, interesse e sorpresa) che hanno base innata e specie specifica;  e Buss e Plomin (1984), che  propongono una teoria del temperamento fondata su tre componenti temperamentali a forte base ereditaria che sono emozionalità, attività motoria e socievolezza. L’elemento fondante di questa teoria è che i tratti di personalità costituitivi del temperamento hanno una forte componente genetica.

 Temperamento e Contesto

Una delle controversie più accese e antiche delle scienze psicobiologiche riguarda il peso relativo dei fattori ambientali e dei fattori innati nel determinare i fenomeni psichici, inclusi lo sviluppo umano e le differenze tra gli individui. L’infuocato dibattito su natura-ambiente (nature-nurture) ha provocato fino ad oggi ” molto calore ma poca luce “. Gli sviluppi più recenti nelle neuroscienze, nella genetica e nella genetica del comportamento (behavior genetics) hanno portato inevitabilmente l’attenzione degli studiosi sulle componenti costituzionali o innate del comportamento umano. In modo piuttosto interessante, lo studio della genetica e della biologia cellulare, ben lontano dal proclamare la vittoria della pura e semplice natura, sembra invece sottolineare l’importanza della flessibilità biologica nei meccanismi di regolazione dello sviluppo fenotipico negli esseri umani (Elman, Bates, Johnson, Karmiloff-Smith, Parisi & Plunkett, 1996). Per esempio, uno dei problemi più interessanti in questa area è come avvenga la specializzazione delle cellule che compongono gli organismi animali. Il corpo umano contiene circa 200 tipi diversi di cellule e queste stesse identiche cellule si possono trovare in modo abbastanza simile nei serpenti, negli uccelli e negli altri mammiferi. Le differenze tra le specie riguardano soprattutto il numero e la dislocazione delle cellule, non il tipo di cellula. Poiché tutte le cellule, con poche eccezioni, contengono le stesse informazioni genetiche, com’è possibile che si realizzi la loro diversità? In sostanza, com’è possibile che un insieme sostanzialmente simile cellule dia luogo all’enorme varietà delle specie e dei fenotipi?

Pur all’interno di diversi punti di vista e teorie, il punto su cui i biologi trovano un accordo riguarda il ruolo e l’importanza dell‘interazione (Elman e al., 1996). L’embriologia ha stabilito che esistono due modi fondamentali in cui si sviluppano le cellule per dar luogo a specie e diversi: crescita a mosaico e  sviluppo per regolazione.

Nel caso della crescita mosaico le cellule si sviluppano in modo fondamentalmente autonomo. Le interazioni tra le cellule e con l’ambiente hanno pochissimo peso. Tutto dipende dalla collocazione iniziale della cellula e il processo è sotto stretto controllo genetico. I vantaggi di questo tipo di sviluppo sono evidenti:

– le soluzioni che si sono dimostrate evoluzionisticamente valide sono conservate;

– lo sviluppo è rapido e indipendente.

Così, con ogni cellula può portare avanti suo programma di sviluppo senza tener conto di quello delle altre, poiché al tempo dovuto ci sarà l’integrazione di questi gruppi indipendenti di cellule per dar luogo all’organismo formato. Lo svantaggio di questo sistema è altrettanto evidente: l‘assenza di flessibilità. La sviluppo è estremamente vulnerabile ai problemi che possono capitare. Se alcune cellule sono assenti o danneggiate, le altre non possono compensare; se l’ambiente è instabile non è possibile inserire nel genoma tutte le soluzioni che sarebbero necessarie alla sopravvivenza.

La biologia ha infatti adottato per gli esseri umani, e per molte altre specie, un sistema molto diverso, basato sulla regolazione dello sviluppo. I sistemi di regolazione si fondano sulle interazioni a livello cellulare. I processi di differenziazione, la loro orchestrazione temporale e i risultati finali sono sotto controllo genetico. Tuttavia, la strada che porta all’organismo adulto è formata dalle innumerevoli interazioni tra le cellule, che avvengono nel corso stesso dello sviluppo. Il vantaggio di questo sistema è la flessibilità. Non solo le cellule possono ristrutturarsi e compensare i danni di cellule vicine, ma il processo stesso di regolazione cellulare dà luogo a una varietà di fenotipi ben più alta di quella garantita dallo sviluppo mosaico. Lo svantaggio di questo sistema è la sua relativa lentezza. I processi di regolazione richiedono tempo, poiché spesso alcuni eventi devono aver luogo prima che altri eventi possano svilupparsi. Di conseguenza, il periodo di vulnerabilità dell’organismo è più lungo. Il sistema di regolazione cellulare è quello più impiegato nei vertebrati superiori (Edelman, 1988) i suoi effetti sono, a volte, stupefacenti. Per esempio, la differenza puramente genetica tra gli esseri umani e gli scimpanzè è veramente molto piccola: il DNA degli esseri umani condivide 98.4% dei geni con il DNA degli scimpanzè. È difficile pensare che le grandissime differenze tra le due specie siano dovute esclusivamente al residuo 1.6% di differenze genetica, anche perché gli scimpanzè (e noi con loro) condividano circa il 93% le loro geni con altre scimmie. Sembra molto ragionevole supporre che tali differenze siano basate molto più sui meccanismi regolatori dello sviluppo cellulare che sull’evoluzione di nuovi geni.

Una seconda considerazione è che quando si discute di aspetti della psiche umana che hanno connessioni con la biologia è sempre molto utile prendere in considerazione anche la prospettiva evoluzionistica. Ciò è tanto più forte quando i fenomeni psichici che ci interessano, come nel caso del temperamento, vanno visti nella prospettiva dello sviluppo del fenomeno stesso.

 Contesto e Flessibilità

Il principio fondamentale della teoria dell’evoluzione, così com’è stata proposta originariamente da Darwin, è quello della selezione naturale. Le interazioni tra organismi e ambiente vengono concepite in modo semplice e, per quei tempi, originale: l’ambiente pone delle richieste e gli organismi forniscono risposte che vengono più o meno incontro alla natura di tali richieste. Gli organismi che hanno le caratteristiche che permettono le risposte migliori per quel particolare ambiente hanno una più alta probabilità di sopravvivere è di trasmettere geneticamente le caratteristiche adattive, cioè quelle che permettono le risposte “giuste”. Adattive sono tutte le caratteristiche biologiche e le risposte comportamentali che permettono sopravvivenza riproduzione. È un’idea molto semplice e brillante. Nella teoria darwiniana, non è “il migliore” che sopravvive, ma è semplicemente “il più adatto” (survival of the fittest). Sopravvive l’individuo che ha il maggior numero di caratteristiche adattive per cui particolare ambiente, incluso il repertorio comportamentale. È bene ricordare che per Darwin il comportamento è adattivo, proprio come la costituzione biologica degli organismi. Darwin era interessato al processo lento e graduale attraverso cui, nel corso delle generazioni, si accumulano caratteristiche sempre più adattive nei termini di sopravvivenza e riproduzione. È la variabilità genetica all’interno di ciascuna specie che produce i caratteri che verranno selezionati e perpetuati a causa del loro vantaggio biologico. Gli organismi che possiedono tali caratteristiche trasmetteranno queste caratteristiche ai propri discendenti i quali saranno avvantaggiati rispetto agli altri organismi della stessa specie per l’adattamento ad un ambiente specifico. Il fine dell’evoluzione è l’adattamento sempre migliore di certi individui a certi ambienti. Il principio della differenziazione tra gli individui è sommamente adattivo per la specie nel suo complesso, poiché è funzionale alla sopravvivenza e alla trasmissione delle caratteristiche adattive.

Darwin pensava alla selezione naturale in termini fenotipici: è l’individuo che more o sopravvive. In realtà, altri biologi pensano che  la selezione avvenga per parentela (Hamilton, 1964). Una caratteristica che può essere svantaggioso per il singolo individuo viene tuttavia trasmessa poiché essa è vantaggiosa a membri molto vicini della stessa specie. Si pensi per esempio alla difesa dei cuccioli da parte delle madri che rischiano la loro sopravvivenza individuale a vantaggio dei piccoli. Ciò che veramente importa è che i geni siano trasmessi alla generazione successiva, anche a svantaggio degli individui. Anche all’interno della teoria dell’evoluzione dunque, il ruolo dell’individuo, per quanto importante, va considerato all’interno di un contesto più ampio come quello della parentela della cospecificità.

In questa prospettiva, il dibattito natura contro ambiente non ha alcun senso. Sia le caratteristiche strutturali che comportamento sono soggetti alle leggi fondamentali dell’evoluzione della specie: sopravvivenza di ciò che risulta più adattivo ad un ambiente particolare. Come dice Schaffer (1996), uno dei grandi vantaggi che la psicologia deriva dal riflettere sui concetti biologici è che il contesto diventa un elemento cruciale nello sviluppo di qualsiasi organismo, uomo incluso.

Si può quindi, riassumendo, affermare che:

– il semplice modello dei tratti temperamentali è poco utile;

– gli avanzamenti più recenti della biologia ci invitano a guardare con attenzione al problema della flessibilità;

– quando si esaminano aspetti del comportamento umano a forte componente biologica è necessario prendere in seria considerazione una prospettiva evoluzionistica.

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